gli editoriali di paolo bancale

la religione in sé

La religione, le religioni pretendono di offrire agli uomini salvezza ultraterrena e per il momento comportamenti toccasana terreni. La prima, cioè la salvezza, è fatalmente agganciata alla supposta esistenza del divino e di un divino umanizzato, pensante e senziente, insomma una specie di super-uomo fantasmatico. I secondi, cioè i comportamenti liturgici, canonici, rituali e scritturali, estrinsecano l’umanizzazione e la banalizzazione feticistica dell’esistenza, giustificati in modo fumoso e specioso, a loro dire a tutto vantaggio di chi li pratica. Tutto questo potrebbe rappresentare la fenomenologia della religione, ma siamo assai lontani da una, in chiave kantiana, “religione in sé”, lontana da dettagli e interessi ed anche da risvolti culturali, potremmo dire la religione dei mistici che parlano ovunque la stessa lingua senza bisogno di parlare.

Identificare una religione, anzi “la” religione con i suoi accidens esteriori significa davvero volgarizzarla sul piano dell’esistenza: se “religione” vuole significare religio e quindi profondità della ricerca e proiezione verso l’Assoluto, comunque lo vogliamo ipotizzare, non può confondersi con una pantomima davanti a un’ara, non può identificarsi in un’ostia o una circoncisione, in una vacca sacra o un pane azimo, una spruzzata battesimale o l’acqua del Gange. Se per camminare mi necessita un bastone non mi deve interessare la forma del bastone, uno vale l’altro purchè mi faccia camminare. E un “cammino” è anche il percorso spirituale, non monopolio di alcuno, che le religioni dovrebbero significare come un asintoto verso lo Spirito, e tutti gli asintoti si equivalgono così come si equivalgono tutte le rette parallele.

Ed allora, alla luce di ciò, debbo pensare che il “martirio” come lo intendono le religioni per coloro che si fanno uccidere per non cambiare fenomenologia e dottrina, va degradato a suicidio misto a fanatismo, a disprezzo della vita e ad esaltazione del proprio narcisismo. Se la religione è una religio non dovrebbe esistere “distinguo” fazioso tra religioni, liturgie, ritualità e dottrine, e neppure sofisticazioni teologiche: chi non salva la propria vita di fronte alla coercizione ad abbracciare “soltanto esteriormente” un’altra religione si obbliga ad un percorso inautentico e non sa che cosa si illude di fare, non conosce la via dello Spirito ma solo quella terrigna della carne e del fanatismo: è qualcuno che NON cerca.
Come diceva Meister Eckhart: “Chi dice di conoscere Dio non conosce Dio”.